Un aspetto spesso sottovalutato di chi investe sui mercati è quello fiscale. Le operazioni di trading online sono soggette a tassazione sia se effettuate con una piattaforma italiana, sia con quella estera.
Tuttavia, la gestione fiscale di un conto titoli è abbastanza complessa, dato che si applicano regole differenti in base alla tipologia di intermediario.
Inoltre, l’aliquota di tasse è diversa in base alla tipologia di asset su cui si investe. In questa guida abbiamo analizzato gli aspetti più importanti, con tutte le principali imposte previste dallo Stato italiano, con le novità di legge per l’anno in corso e con consigli utili per essere sempre in regola con il fisco.
Come funziona
Il trading online è una vera e propria attività speculativa, inserita nel settore degli investimenti. Così come qualsiasi altra tipologia di investimento, anche può comportare delle perdite e dei guadagni.
In gergo tecnico, i guadagni derivanti da attività speculative e di investimento prendono il nome di plusvalenze o capital gain. Sono semplicemente “un di più”, ottenuto rispetto al capitale di partenza.
In questo caso, qualsiasi sia l’attività dell’investimento (trading, investimento immobiliare, compravendita di crypto e così via) l’investitore può ritrovarsi essenzialmente in 3 situazioni:
- pareggio: l’investitore mantiene il valore iniziale dell’investimento;
- minusvalenze: il trader ha una perdita, con il capitale iniziale che è ridotto;
- plusvalenza: situazione di profitto con un somma in più rispetto al capitale iniziale.
Le tasse si applicano solo sulla plusvalenza eventualmente ottenuta.

Come si calcolano le tasse
Il primo passaggio da compiere per calcolare l’aliquota del capital gain è ottenere un mark up (ossia un profitto derivante dall’attività di investimento). Basterà sottrarre al proprio risultato in portafoglio il capitale di partenza.
La differenza che ne deriva è la plusvalenza, ossia il “di più” ottenuto dal trading online. Al calcolo poi si devono sottrarre le eventuali minusvalenze, ovvero le perdite generate nel corso dell’anno. Quindi, l’importo su cui si applica la tassazione deriva da:
plusvalenze – minusvalenze = importo da tassare
Da questa sottrazione si può ottenere un risultato negativo o pari a zero: in tal caso non ci sono tasse da versare. Se invece il valore è positivo, allora si applicherà un’imposta sostitutiva espressa in percentuale. Il suo import varia in base alla tipologia di asset.
| Strumento | Aliquota Plusvalenze | Cedole/Dividendi | Note |
|---|---|---|---|
| BTP / Titoli Stato UE | 12,5% | 12,5% | Esenti da Tobin Tax |
| Azioni Italiane (>500M) | 26% | 26% | Soggette a Tobin Tax 0,20% |
| Azioni estere | 26% | 26% | Non soggette a Tobin Tax |
| Crypto-attività dirette | 33% | 33% (staking) | Soggette a monitoraggio RW |
| ETF Armonizzati | 26% | 26% | Tassati al momento della vendita |
La tassazione è anche sui dividendi, ovvero i rendimenti collegati al possesso di azioni ad alto rendimento o di ETF e sulle attività di staking delle valute digitali.
Tobin Tax (FTT)
La Tobin Tax è un’imposta sulle transazioni finanziarie, conosciuta anche con l’acronimo FTT (Financial Transaction Tax). È stata introdotta per la prima volta nel 2013, con la legge n. 228/2012, ed è entrata ufficialmente in vigore il 1° marzo dello stesso anno.
È applicata all’acquisto e ai trasferimenti di proprietà di titoli azionari di società italiane che hanno una capitalizzazione pari o superiore ai 500 milioni di euro.
La tassazione è applicata anche a tutti gli strumenti derivati (come nel caso dei contratti per differenza, ossia i CFD), legati al sottostante dei titoli italiani con le caratteristiche citate in precedenza.
Dal 1° gennaio 2026 l’aliquota è stata raddoppiata ed è pari allo 0,20% per azioni scambiate su mercati regolamentati e dello 0,40% sui mercati OTC. Nel caso del trading ad alta frequenza, il valore è rimasto lo stesso allo 0,04%.
La Tobin Tax si applica solo per le società con sede in Italia e solo per l’acquisto. La vendita invece, ne è esente.
Tassazione agevolata
Per i titoli di Stato italiani, come i BOT (buoni ordinari del tesoro) e i BTP (buoni del tesoro poliennali), c’è una tassazione agevolata pari al 12,5%. Tale importo si applica anche a tutti i titoli di Stato europei e a quelli inseriti nella white list.
Per gli ETF che hanno al loro interno posizioni sui bond italiani ed europei, la tassazione è ibrida. Per i guadagni e i rendimenti dei titoli di Stato c’è una tassazione agevolata, mentre per quelli degli altri asset si applica l’aliquota di riferimento del 26%.
Tasse crypto
Dal 1° gennaio 2026 l’imposta sostitutiva sulle crypto è passata al 33% rispetto al 26%. Questo valore si applica alla compravendita, allo staking, al trading sulle crypto, sui token DeFi, sugli NFT e sulle altre operazioni digitali.
C’è però un’esenzione per le stablecoin ancorate all’euro che rispettano le direttive MiCAR e per le operazioni fatte sugli ETF crypto spot, in cui l’aliquota rimane del 26%.
Altra novità è legata all’abolizione della franchigia di 2.000€, con cui c’era un’esenzione nel dichiarare il capital gain sulle crypto con importi pari o inferiori a questa somma. Oggi, anche un guadagno minimo deve essere dichiarato.
Sui portafogli di criptovalute si applica anche un’imposta di bollo, pari allo 0,2% del valore del portafoglio al 31 dicembre dell’anno fiscale di riferimento. Ricordiamo che dal 1° gennaio 2026 si aggiunge alle direttive già esistenti, come il MiCAR, anche la DAC8. In base ad essa c’è l’obbligo da parte di tutti gli intermediari che operano nel settore crypto di comunicare a fine anno al fisco la posizione dei portafogli digitali dei loro clienti.
Come pagare le tasse sul trading online
Per le piattaforme di trading italiane che svolgono la funzione di sostituto d’imposta, il pagamento del capital gain è automatico. È l’intermediario stesso a trattenere l’aliquota stabilita. In questo caso si applica di base il regime fiscale amministrato: l’utente riceve l’importo del guadagno già al netto delle tasse. L’intermediario verserà al fisco l’importo di riferimento.

In caso di broker o exchange esteri non sostituto d’imposta, si applica invece il regime dichiarativo. È l’utente a dichiarare a fine anno le plusvalenze e le minusvalenze ottenute. Il calcolo è abbastanza complesso, soprattutto per chi ha effettuato diverse operazioni o è in possesso di redditi derivanti da asset diversi. Può essere utile, quindi rivolgersi a un commercialista esperto nel trading online.
In questo caso si deve sempre compilare il quadro RW ai fini del monitoraggio, anche se non ci sono guadagni, e per il calcolo dell’IVAFE (imposta di bollo).
Le plusvalenze e le minusvalenze ottenute dalla vendita di un asset dovranno essere inserite nella sezione RT della dichiarazione dei redditi.
Invece i guadagni dovuti a rendimento o da staking dovranno essere aggiunti alla sezione RM. I redditi ottenuti dal trading vanno a sommarsi a quelli di altre attività per la definizione dello scaglione IRPEF di appartenenza. Il pagamento delle tasse avviene tramite il modello F24.
Cosa succede se non si pagano le tasse
Pagare le tasse sul trading rappresenta un obbligo che tutti gli investitori devono ben tenere a mente. Non pagarle tasse, fa sì che gli enti preposti al controllo ed alla vigilanza possano considerarci evasori fiscali.
Ricordiamo che oggi sono diverse le direttive europee che semplificano la comunicazione tra i singoli Paesi ai fini fiscali. L’ultima emanata è quella della DAC8 in materia di crypto attività.
All’investitore potrebbero essere inflitte sanzioni di carattere pecuniario. In altri termini, un pagamento vero e proprio che può rappresentare una specifica percentuale di quanto evaso.
La legge italiana considera l’evasione fiscale un vero e proprio reato (punibile anche con la reclusione in carcere) solamente per specifici importi, consultabili ed aggiornati su testi legislativi.

Come risparmiare sulle tasse da trading
È impossibile evitare per il 100% le tasse di trading. Tuttavia ci sono tecniche e le soluzioni che possono ridurre gli importi da versare. Ecco tre situazioni in pieno rispetto con le normative fiscali italiane:
- compensazione con minusvalenze;
- scegliere un asset senza Tobin Tax;
- investire su asset a tassazione agevolata.
1. Compensazione con minusvalenze
La prima soluzione è la compensazione delle minusvalenze con le plusvalenze generate dal trading online. Le perdite possono essere utilizzate per compensare i profitti nel corso dell’anno.
Inoltre, se al 31 dicembre si sono avute più minusvalenze rispetto ai guadagni, l’importo può essere compensato nei successivi quattro anni. Nel caso degli intermediari sostituti d’imposta, l’operazione è effettuata in automatico tramite il cassetto fiscale creato sulla piattaforma. Per i broker ed exchange esteri, il calcolo è a carico dell’utente.
2. Scegliere un asset senza Tobin Tax
Una seconda possibile soluzione è la scelta di strumenti finanziari non associati alla Tobin Tax. È quindi possibile optare su asset differenti (anche riferite a strumenti non italiani), così da evitare il pagamento di questa tassa aggiuntiva.
3. Asset a tassazione agevolata
L’ultima opzione è quella di investire su asset che offrono una tassazione agevolata. Un esempio sono i titoli di Stato italiani, ma anche i bond esteri o le obbligazioni inserite nell’elenco white list.
Anche gli ETF UCITS che contengono al loro interno bond e obbligazioni white list offrono una tassazione agevolata.
Occhio alle truffe
Oggi il settore del trading online è terreno fertile per frodi e raggiri. Molte persone, sprovviste della minima educazione finanziaria, rimangono vittime di falsi broker che promettono guadagni facili e roboanti con un investimento minimo (da 200-250 euro appena).
La truffa funziona così: il malcapitato viene fatto iscrivere su una finta piattaforma di trading, e invogliato a versare sempre più denaro con l’inganno. L’investimento sembra andare a gonfie vele, ma ciò che vede la vittima è solo una dashboard falsata o uno schema Ponzi, dove il denaro viene spostato da persona a persona.
E quando l’investitore vuole prelevare il finto guadagno, la richiesta è di pagare una tassa del 26% per sbloccare il pagamento. Non esiste alcuna imposta da versare anticipatamente: come abbiamo visto, le plusvalenze da investimento si dichiarano l’anno successivo, e le tasse di pagano al fisco con modello F24.
Nessun broker può riscuotere una tassa sul trading online, a meno che non sia un intermediario sostituto d’imposta (cioè un broker che opera in regime amministrato e si fa carico di trattenere e versare le imposte per conto del cliente). Ma attenzione, anche in questo caso tutto è automatico: non viene richiesto un pagamento al cliente.
Domande frequenti
I guadagni sul trading o capital gain sono soggetti in Italia a un’aliquota del 26%, da calcolare su tutte le plusvalenze dei propri investimenti. Si ricorda inoltre la Tobin Tax (0,04-0,40%). Invece per la compravendita di crypto l’importo è del 33%.
Per pagare meno tasse sul trading è possibile utilizzare minusvalenze in compensazione delle plusvalenze. In altri termini, andare a diminuire i profitti sulla base delle perdite subite dai propri investimenti.
Per gli intermediari (broker, exchange, banche di investimento) italiani si applica il regime amministrato in base a cui è la piattaforma a svolgere la funzione di sostituto d’imposta. Per quelli esteri il regime fiscale è quello dichiarativo con l’obbligo da parte dell’utente di dichiarare le plusvalenze e le minusvalenze nella dichiarazione dei redditi.
Il termine sostituto d’imposta si riferisce al ruolo di un intermediario finanziario dal punto di vista fiscale. È il broker a calcolare le aliquote tassative e ad applicarle sul guadagno dell’utente, versando l’importo al fisco.








